L’INTERVENTO DELLE ASSOCIAZIONI, NEL MODERNO PROCESSO PENALE, AD ADIUVANDUM DELLA PARTE OFFESA

 


Nel moderno processo penale non deve essere sottovalutato l’intervento, in luogo o in aiuto alla vittima, degli enti e delle associazioni rappresentative di interessi lesi dal reato.

Il codice di procedura penale del 1988 attribuisce alle associazioni rappresentative di tali interessi, e quindi in genere portatori di interessi collettivi o diffusi, la possibilità dell’intervento ad adiuvandum, e quindi per gli stessi fini per i quali è consentito l’intervento della parte offesa (tant’è vero che l’art. 93 c.p.p. attribuisce a tali soggetti il potere di esercitare i diritti e le facoltà spettanti per legge alla persona offesa), ovverosia il potere di controllo e sollecitazione nei confronti del pubblico ministero e, in taluni casi, del giudice.

Gli enti e le associazioni rappresentativi degli interessi lesi dal reato, pur essendo ammessi a partecipare al procedimento penale (se pur non in qualità di “parte”) in un posizione intermedia tra lo Stato e la persona offesa, possono intervenire solo se non hanno fine di lucro e, comunque,esclusivamente con il consenso della persona offesa, nei confronti della quale non devono pertanto porsi in posizione antitetica.

La forza -processuale- di tali enti ed associazioni non deve essere sottovalutata dal momento che, se pur in linea con le richieste e l’intervento della parte offesa, possono presentare memorie e indicare elementi di prova, così come possono sollecitare il giudice a porre domande alle parti nel corso dell’istruzione dibattimentale o a dare lettura o indicare gli atti utilizzabili ai fini della decisione, peraltro sopperendo all’eventuale inerzia della persona offesa e, addirittura, della parte civile, anche nella prova degli elementi a sostegno del danno nascente dal reato per cui è processo.

Il ruolo ad adiuvandum, riconosciuto dall’art. 93 c.p.p. agli enti e alle associazioni rappresentativi di interessi lesi, non consente loro di costituirsi parte civile, dal momento che gli stessi, pur potendo coadiuvare il pubblico ministero nell’esercizio dell’azione penale, o la parte offesa nell’esercizio dei diritti riconosciuti dall’art. 90 del codice, non sono mai portatori di un proprio interesse al risarcimento.

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